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Invito alla lettura di Mark Twain - Guido Carboni - copertina
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Dettagli

1992
1 gennaio 1992
2 voll., 392 p.
9788842511588

Voce della critica

TWAIN, MARK, N. 44. Lo straniero misterioso, Einaudi, 1993
TWAIN, MARK, L'uomo che corruppe Hadleyburg, e/o, 1992
TWAIN, MARK, Favole dotte, Marsilio, 1992
TWAIN, MARK, Appunti sparsi su una gita di piacere, Passigli, 1992
CARBONI, GUIDO, Invito alla lettura di Mark Twain, Mursia, 1992
recensione di Manera, C., L'Indice 1993, n. 7

Un intrecciarsi temi, dibattiti, riflessioni più o meno amare sulla natura umana, sulla scrittura, sull'arte e sul potere della parola ci investe se affrontiamo la lettura dei frammenti e racconti proposti, o riproposti, dall'editoria su un autore per certi versi già noto a tutti come Mark Twain. La sua notorietà è in realtà piuttosto "limitata" dal momento che per il grande pubblico Twain è uno di quegli spassosi scrittori di avventure per l'infanzia, un po' come, al di qua dell'oceano, lo Swift dei "Viaggi di Gulliver". Non sono pochi, in effetti, gli elementi che l'istrionico Samuel Clemens, alias Mark Twain, condivide con il grande predecessore inglese. Tanto per cominciare il viaggio stesso, che, come nota Carboni nel suo "Invito alla lettura", costituisce una delle strutture cardine della narrativa di Twain e, come è evidente fin dal titolo, è il nucleo propulsivo e pretestuoso del capolavoro swiftiano. Il viaggio, costituente archetipico dell'esperienza umana letteraria e non, portando con se le ovvie metafore di "formazione dell'individuo" si propone da sempre come forma di intrattenimento educativo, da cui l'equazione quasi perfetta tra letteratura per l'infanzia e viaggio-avventura, basti pensare al nostro "Pinocchio". Oltre che "educativi" i viaggi sono però anche pericolosi e, se è assodato che il superamento delle difficoltà conduce alla formazione del carattere, è pur vero che l'esposizione all'ignoto disarma le autodifese della coscienza, o lascia inermi di fronte all'umorismo irridente dell'autore. Sembrerebbe quest'ultimo il caso delle "Favole dotte", ove il viaggio in terra incognita degli scienziati dai nomi e dalle fattezze animali si trasforma in satira, a tratti bonaria a tratti pungente, della mentalità assertiva e del metodo scientifico, nonché della vuota pomposità accademica. Anche l'arbitrarietà e il potere sovversivo della parola non sfuggono al mirino di Twain che si lancia in un'esilarante - e sempre attuale devo dire - critica della traduzione di testi antichi. La completa inesattezza dell'interpretazione della misteriosa iscrizione ritrovata dal Professor Tarma, illustre filologo, sembra trasmettere un messaggio di sfiducia nel potere significante del linguaggio scritto. Sappiamo dalla difficile gestazione di molte delle sue opere che Twain aveva un rapporto conflittuale con la parola scritta, e sappiamo anche quanta importanza desse all'oralità, alla recitazione vera e propria della parola stessa. Di qui il plurilinguismo che, come ricorda ancora Carboni nel suo "Invito alla lettura", permea in misura maggiore o minore tutta l'opera dello scrittore americano, a cominciare "Hunckleberry Finn". Un plurilinguismo che è articolato e dialettico e si iscrive nella più generale articolazione tra la tradizione orale e folclorica dell'ovest, 'vernacular', cui Twain è legato per nascita e formazione, e quella contenuta e raffinata dell'est ancora di matrice europea, 'genteel', il cui riconoscimento non manca di attirarlo e influenzarlo.
Di costruzione di parole e di magia della composizione si parla anche nel lungo racconto "N. 44. Lo straniero misterioso", dove teatro della vicenda è una tipografia, non a caso "... fuori mano, nascosta ai piani più alti di una torre rotonda. I visitatori non erano ben venuti, e se avessero cercato di trovare la strada per arrivarsi da soli avrebbero finito per rinunciare e decidere di tornare un'altra volta". Una torre nascosta dunque, dove si custodisce l'arte misteriosa della stampa - e qui traspare tutto il ricordo dell'autore della propria esperienza giovanile di tipografo - , una torre chiusa, al mondo esterno, dove si è creata una comunità a se stante, che però riproduce allegoricamente il macrocosmo esterno. Della comunità ci vengono infatti rivelati a poco a poco la diffusa gelosia, l'abbondante crudeltà, i pochi sprazzi di buon cuore, la ciarlataneria e la fede mal riposta. La visione oscura dell'universo umano che Twain esprime in quest'opera forse ancor di più che in altre precedenti non risparmia nulla e nessuno, tanto meno le masse anonime in rivolta: uno sciopero immotivato ed egoistico rischia di compromettere l'intero meccanismo di produzione della tipografia quattrocentesca. La comunità si regge su relazioni e tensioni talmente effimere che basta un soffio a far crollare il castello di carte: basta uno "straniero".
Ma chi è lo "straniero" nella narrativa di Twain? Lo straniero è un emissario del caos, è la voce della verità, è l'agente della frammentazione della struttura spazio-temporale che si regge su regole proprie e artificiali. Sembra esserci una corrispondenza tra questa frammentazione e la scelta di proporre la figura dello straniero all'interno di narrazioni che sono già di per sé dei frammenti, spesso privi di una conclusione convincente - è il caso di "L'uomo che corruppe Hadleyburg" - o sviluppati e conclusi in una sorta di sospensione magica, come "Lo straniero misterioso".
Ed è ancora un viaggio, non meno avventuroso di quelli di cui si è detto prima, che il lettore si trova ad affrontare seguendo gli stranieri misteriosi.
È un viaggio spassoso e spaventoso attraverso la coscienza impura della città incorruttibile di Hadleyburg, è un viaggio a metà tra meschinità umana e onnipotenza diabolica a volte un po' puerile nella favola di "N. 44", o una rivoluzione al contrario su un'isola che pare un'utopia d'indolenza, nel racconto "La grande rivoluzione di Pitcairn* (nel volume edito da Passigli).
Una cosa certa comunque è come questi racconti più o meno brevi portino alla luce con forza dirompente lo spirito polemico, la fantasia irriverente, le lacerazioni interiori di uno scrittore che, proprio per l'immagine di frammentarietà implicita e nascosta dietro il suo humour, sentiamo vicino alla sensibilità moderna (o postmoderna?). Tutto questo senza che venga meno - ben inteso - la possibilità di abbandonarsi allo stupore meravigliato che la magia di una favola come "Lo straniero misterioso" può suscitare.

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