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Recensioni Anatomie in fuga

Anatomie in fuga di Cristina Annino
Recensioni: 4/5

Anatomie in fuga è un libro dalla genesi lunga e originale; composto in un arco di tempo molto ampio, e frutto di un continuo tornare dell’autrice sui propri passi, ritoccando, correggendo, rimuovendo dei testi.

Senza pace, con pena e senza girarmi mai, pestando mica pepe o caffè ma gardenie, io amo la mamma e i topi; li metto insieme chissà perché. O ancora perché voler bene a quel modo spezzato così in due, collo in giù, polvere senza cerniere, bottone, qualcosa. Sempre senza girarmi. I perché chiarendo la vita ai tram, alle piante. Lei, pura, mi dà questa riserva di bambù. Nient’altro.

Cristina Annino, toscana di nascita, milanese e poi romana d’adozione, ha avuto un esordio felice, una giovinezza poetica di primo piano grazie alla stima di grandi personaggi (Fortini, Giudici, Porta) che ne avevano colto l’originalità e il talento. Gli anni ottanta sono stati i tempi del suo esordio in Einaudi, con Walter Siti che la vuole tra i Nuovi poeti italiani e con la raccolta Madrid, uscita per Corpo 10 grazie ad Antonio Porta. «Da allora – scrive Maurizio Cucchi nell’Introduzione a questa nuova raccolta – sono passati trent’anni e Cristina Annino ha pensato più all’autenticità della propria esistenza personale che al successo letterario; eppure Annino non ha mai smesso di scrivere». Anatomie in fuga è un libro dalla genesi lunga e originale; composto in un arco di tempo molto ampio, e frutto di un continuo tornare dell’autrice sui propri passi, ritoccando, correggendo, rimuovendo un corpo di testi che è appunto un’anatomia in grado di «restituire la poetessa al posto che le compete nella vicenda della nostra poesia contemporanea» (Cucchi). La tendenza principale della voce femminile di Cristina Annino è quella di rimuovere in modo deciso la presenza dell’io trasformandolo in un generico io maschile, con un conseguente distacco tra realtà biografica e poesia. Una sorta di «testimone neutro» al quale viene affidato il compito di prendere la parola e di immergersi nella fisicità, anche greve, del reale stesso pur tenendosi lontani dagli sperimentalismi delle neo e vecchie avanguardie. Ed ecco allora un altro carattere forte di questa scrittura, e cioè il suo rapporto necessario con la realtà materiale, con la concretezza dell’esistere. Un rapporto che rende la parola sempre viva di una vita non letteraria, sempre originata dalla forza quotidiana dell’esserci. )
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